giovedì 8 maggio 2008

Siamo vittime del silenzio


Siamo vittime del silenzio.
Dovremmo gridare oltre la soglia dell’udibile.
Ultrasuoni farebbero il gioco delle tre carte.
Siamo trittici dell’unico.
Dovremmo agire in quattro per sembrare una coppia.
Architettare enigmi, ludi pitagorici induriti.
Agili, gli altri, salterebbero di palo in frasca.
Pavidi, si calerebbero nell’ovvio.

E la luna sempre lì
con il mitra spianato
a dire basta
basta.

martedì 22 aprile 2008

La mia terra al tramonto

Amo
questa terra diversa
arcuata
svogliata
riversa.
Cromatura perversa.
Mi travesto in essa
così spessa
smessa,
struccata
addobbata
di venti e maree
ninfee
di nuvole e favole
cicatrici d’acciaio
e di tegole.
Amo
questa terra frastagliata
infervorata
dalle sue tempeste oscene
dalle urla sdentate
sulle vene
del buio che si apre
come un salmo
nel dorso
della mano.
Amo
la mia terra di vetro
m’induce al vanto
nell’orgoglio
dei monti
a strapicco.
Straricco
io sono
d’anime perse
e corsari
navigatori solitari
divoratori di giunche
che hanno solcato le rotte
e le arsure.
Amo
la visione
dei crocefissi
in fondo al mare
preghiere
novene
riflessi di storie
ferite
ultranere
di streghe
e incolpevoli
demoni.
Ambisco toccare
sacerdoti scolpiti
e conventi morenti
nella pietra gremita
dai raggi
di luna
sbiadita.
Amo
questa terra
e la sua gente
torturata
forgiata
dolente
tatuata.
I suoi vicoli astrusi
nell’orda
di spacciatori
taglienti
le ignote piazzette
violate da mostri
leggende
assassinii e scoppi
fiocchi d’ardesia
che sanno di fritto
e di leghe profane.
Amo
l’erezione di Dio
nella terra
l’illusione
del sacro
nella rossa caldaia
del tramonto sul mare
raso rosa
mariposa di luce
e coltello crudele.
Amo
i colori
di questa mia terra
di zinco
d’argento violetto
violento
imperfetto
nolente
ramo di rose spente
vagina arguta
di prostituta
e quaresima.
Terra azzurra
e suburra
di gatti ciechi
di magnaccia e ruffiani
cardinali del vizio
ufficiali a servizio
di viandanti
malsani.
Peccaminosa terra
che profuma di guerra.
Terra bianca di sale
d’un feroce carnevale
orinale
e liquido mestruale.
Sopracciglio bestiale.
Verde
verde terra mia
elegìa
ritrosìa
trangugiata nei porti
da poeti
possenti
e veggenti
da intestini furenti
costellata di crimini antichi
nei cimiteri fra gli orti
divorati da nubi più basse
carcasse di nembi
appesantite e grasse.
Ulivi
rovi
trivi
uncini
moncherini di cani
fra le casse di spezie
fra gli uccelli marini
spaventati simulacri
penitenti ai lavacri
di quest’onta
che monta
nel giorno,
la notte.

Sulla tomba di mia madre

Sulla tomba di mia madre
vanno a pregare i delfini.
salgono su dal mare alla collina,
lasciano tracce dei loro sconfini
negli orti che braccano i monti.

Sulla tomba di mia madre
son cresciute le piante grasse.
Una, in particolare, avvinghia i lumini
li abbraccia con incessante affetto
forse distruttivo, sicuramente vivo.

Sulla tomba di mia madre
ci puoi trovar piccoli doni:
un presepe, un fermacapelli, i baci della luna.
Si fanno compagnia
Si raccontano storie di fortuna e allegria.

Sulla tomba di mia madre
ci vado spesso anch’io.
Gioco a scacchi con la morte,
faccio il cavaliere delle sette porte.
Piango, vinco, rido…
chino il capo e mi confido.

venerdì 18 aprile 2008

Morte annunciata dell'uomo politico


Con gesto solenne
la mano ponderosa
dell’uomo politico
sposta le tende lise
dalla finestra opaca.
Il raggio di sole
lo ferisce tra gli occhi
e illumina
un cupo divagare.
Nella sua mente è il tuono.
La quiete annunciatrice
invece è nella stanza,
ospite discreto
ma degno d’attenzione.

Uomini in grigio
gli hanno parlato di numeri
e di un nome,
il nome di chi odia
e ha la forza per portare
allo stremo quell’odio.
Gli hanno svelato paure,
morti e condanne,
gli hanno versato, densa,
l’ambrosia avvelenata
degli dèi e del destino.

E la perdizione,
l’abisso,
lo ha fissato negli occhi,
dentro l’anima,
come una scheggia di vetro
che si specchia
nella cornea in attesa.

L’uomo politico sa,
è cosciente.
Le sue malefatte splendono
nell’olimpo dei doveri.
I santi
hanno le corna del diavolo.
I demoni
spiegano ali d’arcangelo.
Le sue buone azioni
giacciono
nella gabbia dei leoni.

Gelide correnti
da nere grotte marine
attraversano
gli occhi azzurri
dell’uomo politico,
scrutano la città
arrotolata nei suoi tormenti.
Qualcuno là fuori
lo odia.
Molti, tra la folla,
lo temono.

Una pallottola è pronta per lui.
La parola fine è scritta
sul libro infervorato della Storia.
E lui lo sa.

Ciononostante
muove il passo
alza lo sguardo
protende il corpo
scende le scale
saluta la scorta
siede nell’auto
si affaccia sul viale
osserva attonito la bellezza del mondo
vede il volto di un Dio misericordioso
spegne la luce del ricordo estenuante
tacita il buio dolore che lo prende allo stomaco.
E si chiude in sé stesso.

Improvvisi,
gli occhi del killer
incontrano i suoi.
Ipnotizzato li ama.
La canna del fucile brunita
sporca di luce il futuro
mentre il colpo
parte esuberante.
il piombo, nero,
si mette, rapido, in viaggio...
poi lui,
l’uomo politico odiato,
muore di schianto
colpito alla fronte
dalla sua stessa
vertigine.

martedì 15 aprile 2008

Genova si ama da sola

Sia chiaro a tutti:
Genova si ama da sola.
Non ha bisogno di levigate rime
o di elegie dorate.
Ha nei suoi vuoti
e nei suoi colmi atroci
la vena di ogni musica.
Malinconia bruciante
e tenere tempeste.
Se dal suo ventre antico
risali per l’inferno truce
dei ghetti e delle ardesie
fino al paradiso inerme
dell’incatenato mare
lo capirai:
Genova si sa amare da sola.
Non ha rispetto degli altri
o di sé stessa
eppure s’ama
di quell’amore acuto
che è farsa e malinteso.
Nelle sue genti fischiano
i venti delle burrasche oblique
dalla sua bocca colano
i canti forti ed aspri
della montagna nuda.
Genova non chiede nulla
perché non vuol ridare.
Resta nel golfo
abbandonata al mare
fredda come un cristallo
incastonato al monte.
E si lascia poi guardare
attonita lei pure
chiusa nel pugno
perduta e senza onore.

Mi piace essere uomo

Penetro fessure
Agisco in interzone
Spalleggio capricci del destino
Svolto volte
E mi ritrovo avvolto
Dalle mie stesse interiezioni
Allucinazioni che spingono oltre
La coltre
Dei vetri appannati
Abbraccio angoli
Smusso spigoli
Portando al collasso
La velocità del mio passo
Cedo
Avanzo
Recedo
Affondo
Conquisto
Smisto
Le mie conquiste
Ma qualcosa duraturo resiste
Muro contro muro ribatto
Prendo a testate
Le ondate della logica
Scatto in avanti
Balzo all’indietro
Filosofeggio poetando
Schizzo sofismi
Che provocano aneurismi
Aulicamente mi sospendo
Svendo la trance
Circumnavigo l’ostacolo
Miracolo
Oracolo
Pinnacolo
Di anacoluti trascendenti
Proventi di un ignobile furto
Plagio che mi mette
Palesemente a disagio
Disegno
Le pieghe dell’evento
Contorto
Mi esalto
Scaltro
Palleggiatore di palliativi
Acuto
Assaggiatore di saggi
Sommelier di sangue umano
Scarroccio
Derivo
Ritrovo il soffio
Drizzo la vela
Mi riprendo
Attendo che il cozzo di uno scoglio
A pelo d’acqua mi risvegli
Scegli
Mi grida
Scegli
Distogli lo sguardo dall’omphalos
Vuotati le tasche
Elimina l’infatuazione
Fermati
Mi fermo
Stallo
Traballo
Non posso
Mi hanno invitato al gran ballo
Cenerentola bagnata
Si aspetta trafelata
Che nero condottiero
Il cigno della bestia
Si spinga fino a lei.
Sogno
Che sono un gatto che ha bisogno
Di farsi accarezzare
Lapidare di baci e sconcezze
Mi compro l’universo
Per poterlo azzannare
Mi piace essere uomo
E lasciarmi ferire
Mi piace essere vivo
e lasciarmi morire.

lunedì 14 aprile 2008

Quando cala il sole

Mezzo giro: un negroni dolciastro, una canna veloce, nessun cazzo di programma.
E’ l’ora giusta per uscire di casa. La candela sul comodino bruciacchia l’abat-jour, puzzo d’arrosto e di-vino.
Inafferrabile avanza il piacere maudit della malinconia.
Andiamo a incominciare!

Quando cala il sole
il barman avvelenatore.
Il giocatore di poker dagli occhi vitrei.
Il buttafuori sfregiato, anamnesi della violenza.
Arianna, la prostituta slava pura come una bestemmia.
Il vecchio travestito con in mano la morte e due centesimi.
La mendicante pettinata che impreca al vento spettinatore.

Primo giro: whiskie liscio con un assaggio di verità.
Nel cielo, luna dura e senza fronzoli.
Com’è bello cucirsi addosso la tempra dell’avventuriero.

Si aprano le danze! Vibrino i capezzoli!
Il cocainomane che straparla in una pozza di deliquio e delirio.
Stefano nervoso, uomo fragile che presto o tardi si farà saltare le cervella.
Vito il poliziotto, corrotto ma sincero.
Mattia, lo sciupafemmine triste perché finalmente hanno sciupato anche lui.

Secondo giro: rhum invecchiato e pera, gocce di sperma sui calzoni.
Freddo di nebbia nelle strade, caldo di fiati dentro ai bar.
La solitudine fa giravolte ellittiche prima di congelarsi dentro.

Si riparte.
Il bevitore di alibi esistenziali.
Lo scrittore di gialli, diabetico e gottoso.
Il vecchio comico che non fa più ridere, ma si lascia deridere.
Tania, l’entreneuse polacca senza un dito che vuole sposare un italiano ma non sa dove infilare l’anello.

Terzo giro: Porto Tawny nel bicchiere bollente e un trip.
Assoluta è la notte d’inverno. Potrei farci l’amore.
Se dio esiste abita fra le cosce di una donna, dentro agli occhi di un disperato.
Vietato pensare, volare!

Guantino, il picchiatore pentito, metempsicosi della mutazione.
Chicco, il pattinatore tatuato che si cala i calzoni all’ingresso delle discoteche. Cerca solo un po’di tenerezza.
Ciaco, sadomasochista romantico che colleziona frustini di seta.
La bellissima Rossana, donna di cera, che ama farsi insultare per diventare miele.
Maurizio il pusher, onesto lavoratore, preciso come un bisturi, freddo come il cristallo.

Quarto giro: Vodka Red bull, mini maki, Domori.
Padre nostro che sei nei cieli prega per noi peccatori che pecchiamo sapendo di peccare.
Il gioco delle metafore si spreca.
Anche il poeta si spreca, sapendo di sprecare.

Un'altra luce al neon, un altro buco nero.
Bobby.d.j, anarchico e psicopatico, calumet della pace e un sasso in bocca.
Rico, malandrino di mezza tacca che vorrebbe avere più tacche.
L’uomo che non lasciavano mai entrare. L’escluso, senza causa, senza amore.
Susy, l’attricetta in carriera dalla fica rossa e irritata.
Rosario il tossico, occhio di pesce, labbro leporino.
Il ragazzo di vita trovato senza vita sotto a un ponte.
La cassiera del cinema porno con i capelli di plexiglass,
il seno in silicone, le unghie al poliuretano.

Quinto giro: telepatico Fellini mi suggerisce otto e mezzo bicchieri di cicuta, ma preferisco una birra: del demonio, possibilmente.
Che silenzio nelle piazze deserte! Datemi una cartuccia d’argento e solleverò il mondo.
La gioia di esistere si misura in momenti così rari
da renderli ancora più rari.
Psychedelic Furs e nervi stesi.
L’angelo custode è ubriaco, meglio metterlo a nanna.
C’è Caronte al mio fianco.

Il giornalaio delle cinque e un quarto, faccia da filosofo, pedofilo per hobby.
La ragazza scappata di casa che dorme nel bunker abbandonato vicino al corpo di un soldato tedesco.
Il profeta cieco all’angolo della strada, in bilico fra
il vecchio e il vecchissimo testamento.
Il cornetto alla crema per vomitare con dolcezza.
L’alba per non morire.
La disperazione in cima ai grattacieli.
Io, dio in fondo ai pensieri,
grasso di dolore, bulimico di morte.

Uno straccio di sole pulisce la faccia sporca della notte.
Qualche auto trascina sogni in un frastuono di nulla.
Lo zingaro fisarmonicista esce dal metrò, vagheggiando una canzone.
Rapito, scrivo il mio nome sul muro e lo chiudo in un cuore di gesso.