martedì 7 ottobre 2008

Deserto


Il deserto è un gravido tappeto
pronto a divampare fiamme

Scarafaggi dorati
si levano in volo
sulle teste azzurre
dei beduini immobili

Tartarughe di seta
camminano in pantofole
lungo la snguigna riva
dei fiumi prosciugati

I deserti sono alcòva di niente
e scrigni dell'eterno tutto

Aironi fossili bianchissimi
scheggiano il vento bollente
ma non lasciano ombre
ricadere al suolo

Cantastorie nomadi
bucati dal sole
stanno proni
davanti alla maestà dei racconti

Nel deserto puoi incontrare l'anima
o perderti nel vuoto del suo miraggio estremo

Il caldo aspro fluttua nell'occhio
visibile al tocco tra le dune
popolate da pastori
che bevono cielo
come acqua di lago

Un fantasma solitario
avanza sulla pista abbandonata
con le labbra spaccate
e un fiore nero
tatuato sulla fronte

Dal deserto non si torna
soltanto ci si perde nel deserto
senza speranze
senza accortezza
ma con un dito di Dio
nella bocca inaridita

mercoledì 17 settembre 2008

Dolce morte


Una coppia di manette velenose.
Due sergenti solforosi.
Le tragiche telecamere pietrificate.

E tu nel mezzo.
Catatonico non propriotonico.

Catalessi di luce.
Lenta disperazione.
Il sole ti guarda.
Nei suoi solfeggi malinconici
la dea della guerra si addormenta.

La tua donna.
Così lontana.
Così bella.
Lo screzio è un intarsio nel petto.
Il ricordo un dolore indigesto.

Presto sarai giustiziato.
Ti raggiungerà una parabola esangue.
L'arte di morire prevede che tu pianga.
Ma tu non verserai lacrime
elisioni del tempo remoto
migrazioni al centro della paura.

Riderai.
Come un delfino guizzerai.
Nell'acqua della notte
nella solituidine erotica
che il vento ti ha portato.

Con il tuo mazzo di carte
per un gioco d'azzardo.
Con il tuo odore di periferia
per una spenta illusione.
Con la tua fortuna immaginata
in uno scrigno di follia.
Con il tuo delitto sulla schiena.

Con la tua donna
così dolce
così bella
così bambina

Come la morte, adesso.
Come la dimenticanza, ora.

Di te resterà il se.
Se avessi avuto.
Se fossi stato.
Se avessi voluto.
Se.


martedì 22 luglio 2008

Fin de siecle (Capodanno del 2.000)


A 23 heures 30
i manganelli sadici
della polizia
hanno lasciato il posto
ai tragici duelli
fra uomini e coltelli.
Le tempie titubanti
dei teppisti narcolettici
sono corrose
da acidi fluttuanti
e le allucinazioni vorticose
oleose si specchiano
nell'occhio traforato
della violenza
in doppiopetto azzimato.


A 23 heure 40
sul fango annerito delle discoteche
si muore per uno sguardo affilato
breve, irritato, nervoso.
Riflesso purpureo
nelle trame a trecce
di un neurone morente.
Il gioco delle lame
dirama solitudini
dall'erta dei vicoli scuri
sui muri di folla che scende
nell'orgia che sale veloce.

A 23 heures 50
il colore del sangue
profuma le pareti intonacate
densamente corrose
negli androni
degli antichi palazzi.
Razzi balenano
fra pensierosi affreschi
che si staccano dai saloni piovosi
e piombano nel frastuono delle piazze.
Spingendo aull'acceleratore-disintegratore
del tempo
la carcassa di questo secolo cieco
dimena le braccia e poi muore.

Quando la mezzanotte suona
un telo di pietra infelice
si stende sull'acqua marrone
del porto.
Le musiche lunghe del mare
protendono i nervi dal buio
la gola recisa di un uomo
innalza il suo grido furente.

Come sempre
morte e bellezza
hanno bisogno
della stessa maestosa tristezza
e di un'asperrima nota.

giovedì 3 luglio 2008

La lenta strada bianca


La lenta strada bianca
che vide scendere e sudare
i padri dei miei padri
che inanellò morte e desiderio
penetra l'inquieta morale
dell'immorale mia vita
e si confonde nella memoria imperfetta.

Questi alberi
che la seguono come fratelli gelosi
che hanno dato frutti
e rigettato fiori
testimoniano una torva adolescenza
e conservano sulle foglie
in una oscura vena
del moto clorofilliano
l'impronta subliminale della mia voce.

Su queste pietre ardue
che raccolgono l'ombra degli antenati
ci sono tracce
in silenziosa rovina
di una stella solitaria
che splende e piano si consuma.

La lenta strada bianca
di ciotoli e di polvere
snoda conserte
le braccia lungo gli anni
schiude le palpebre
degli uomini caduti.

Io non sò vivere
di voci e di ricordi
amo il presente
e scrivo del futuro
ma qualcuno
qualcosa
nella fumosa strada
dal passato si adira
mi rimprovera
e spezza il fiato
sulla mia schiena ricurva.

Chiede un abbraccio
vitale e impenitente
spiega nel cielo
canzoni e cicatrici.

E' l'eterna seminagione
è una linea lunga e sotterranea
che avvinghia le radici
nel nido della carne
è il grido della stirpe
che affonda la sua voce
nel buio dentro l'anima.

E chiama
ferocemente chiama
ed ama
perdutamente ama.

mercoledì 2 luglio 2008

Lacrime di ferro


Un fuoco testardo crepita nei testicoli del mondo
e sgorga dalle labbra ferite di una caverna
mille metri profondo
sfregia con la sua bellezza di cancrena
le volte a boccascena disadorne
affollate di bianchi scorpioni
fredde e lucenti come zanne di leoni.
Il demone si agita nel ventre del terrore
mentre scatena la forza selvaggia
che apre la scorza della mente.
Furia ed armonia colmano le vene della terra
gli occhi arrossati della montagna
piangono sassi e morene
come lacrime di ferro.

Vizio


Ognuno corre lungo il suo fiume di pietra
libero di amare la propria schiavitù
ma prigioniero dell'essere libero

Ognuno corre lungo un fiume di pietra
e crogiola nel tepore del vizio
l'illusione folgorante della sua beatitudine

martedì 17 giugno 2008

Genova meravigliosa


Com'era ferma Genova
in quelle notti di luna.
Gli amori si consumavano
sotto un tappeto di stelle
ìi baci correvano
sepolti dai vicoli ansiosi.
Tu splendevi
nella tua pelle umida
ed io ti guardavo
scendere in mare
colpire nel segno
la congiunzione astrale.
Il tempo sedeva in un angolo
paziente
ad aspettare.

Com'era ferma Genova
in quelle notti d'azulene.
I gatti suonavano il violino
nei roseti fra le scogliere.
I tuoi seni di conchiglia
si facevano isole
nell'acqua d'argento
e i pesci ipnotizzati
adoravano la dea
invocando prodigi.
Fluorescenti creature
illuminavano il cielo.

Com'era ferma Genova
in quelle notti d'agosto
mentre il caldo miagolava
sui tetti d'ardesia
e stuzzicava
cantastorie e chitarre.
Noi ci sfioravamo
in un'apoteosi di piccole luci
i giovani fumavano l'erba
sotto ai fiori del pitosforo.
Ogni odore era lento
passaggio di vento.

Com'era ferma Genova
in quelle notti d'oriente.
Le auto planavano
a velocità ridotta
senza rumore
con garbo trattavano l'asfalto
come si tratta un dolore.
Noi lasciavamo che il dolce inganno
crescesse ondeggiando.
Non c'era passione felina
ma un quieto racconto
che svelava il profondo.
Dio, o chi per lui,
si acquattava nel buio
e dirigeva un'orchestra
di silenzi e di vuoti.

Com'era ferma Genova
in quelle notti d'estate.
Gli occhi del mistero
accendevano lampare scintillanti
in quelle taciturne notti.
Un mantello di velluto nero
scendeva sulla mia terra preziosa
e socchiudeva la porta, geloso.
Com'era eterna Genova
in quelle notti a bassa voce.