lunedì 12 maggio 2008

Il vecchio


Vecchio
si alzò dalla sedia di paglia
e gettò nello specchio le sue mille rughe
di terra e fatica.

Lento
si avvicinò al camino
e allungò la mano destra
con un moto ieratico.

Freddo
risultò l'approccio
con la pipa di legno
incastonata d'avorio.

Cauto
la pose fra le labbra
e assaporò il tabacco
per l'ultima volta.

I suoi occhi erano trasparenti, un giorno forse azzurri,
oggi grigioperla, d'indefinito chiarore.

Grave
con il passo pesante
e il fiato breve
si trascinò alla porta.

Aspra
si aprì alla corte
la soglia consumata
di pietra scura e frassino.

Bianco
di lana bianca
di uccelli bianchi
grondava bianco il cielo.

Austero
il vecchio fece tre passi
e colse il profumo di pane caldo
che intorpidiva il giorno.

Le sue labbra erano vetri, un giorno rubini forse,
oggi salgemma, cicatrizzati amori.

Certo
si mosse
verso il bosco di quercie
contando le pietre sul ciglio.

Stanco
giunse alla méta
e si sedette sul ceppo
che sorgeva nel folto.

Acuto
scandagliò dal profondo
la natura del buio
che riempiva la macchia.

Unico
un fiore azzurro
balenava ai suoi piedi
concupendo la vista.

I suoi petali erano lacrime, cristalli forse un giorno,
oggi ricordi, cocci intorpiditi.

Il vecchio
con le sue dita rose
colse quel fiore
e si sdraiò nell'erba.

Supino
vide la luce in alto
avvicinò le palpebre
e si lasciò morire.

Importuno
scivolò un gran vento
fra le mani congiunte
nell'estremo rigore

Calda
scese la notte
nella radura assorta
e diventò quel fiore
il corpo arrotolato
del vecchio addormentato.

Il caporale J.


Le ombre lunghe dei commilitoni
scandagliavano la nuda terra assetata
il tramonto nel deserto era fuoco e carne
terremoto di sonnolenza diffusa.
La giornata finiva con una speranza
il cielo di guerra volgeva insulti al nero.

Si alzarono lenti come la malinconia
e salirono sull' automezzo rugginoso.
Il rombo aspro del motore
coprì la prima raffica;
la seconda invece piombò chiara
nelle profondità del corpo
giù fino allo stomaco
mentre il canto artificioso del muezzìn
avvelenava l'aria.

Il caporale J. sentì bruciore di lama
forargli la spalla
con un "crac!" bitonale.
L'altro pugnale di ferro rovente
s'incastrò nella gamba destra;
l'ultima freccia avvelenata
andò a conficcarsi sotto al cuore
nella cavità polmonare
mentre la nenia tumefatta del muezzìn
infilzava cadaveri e onore.

Il caporale J. rotolò pesantemente
fuori dalla trappola di metallo
e vide con la coda dell'occhio
i commilitoni morire senza urlare
scena madre di un vecchio film muto.
Nel miraggio si materializzarono
sagome scure agitate
qualcuno appoggiò qualcosa
alla sua tempia sudata
mentre il lamento inquieto del muezzìn
spolverava le tombe al cimitero sciita.

Il caporale J. sentì freddo
poi caldo, poi dispiacere.
Di essere ancora vivo.
L'uomo con il kalashnikov
schiacciò il grilletto
e sette pallottole entrarono
nel suo cervello silente
urlando bestemmie.
Il caporale J. morì sorridendo
con la voce di suo figlio nel cuore
mentre la tiritera fluida del muezzìn
scardinava ogni illusione
nel tramonto infernale.

giovedì 8 maggio 2008

Siamo vittime del silenzio


Siamo vittime del silenzio.
Dovremmo gridare oltre la soglia dell’udibile.
Ultrasuoni farebbero il gioco delle tre carte.
Siamo trittici dell’unico.
Dovremmo agire in quattro per sembrare una coppia.
Architettare enigmi, ludi pitagorici induriti.
Agili, gli altri, salterebbero di palo in frasca.
Pavidi, si calerebbero nell’ovvio.

E la luna sempre lì
con il mitra spianato
a dire basta
basta.

martedì 22 aprile 2008

La mia terra al tramonto

Amo
questa terra diversa
arcuata
svogliata
riversa.
Cromatura perversa.
Mi travesto in essa
così spessa
smessa,
struccata
addobbata
di venti e maree
ninfee
di nuvole e favole
cicatrici d’acciaio
e di tegole.
Amo
questa terra frastagliata
infervorata
dalle sue tempeste oscene
dalle urla sdentate
sulle vene
del buio che si apre
come un salmo
nel dorso
della mano.
Amo
la mia terra di vetro
m’induce al vanto
nell’orgoglio
dei monti
a strapicco.
Straricco
io sono
d’anime perse
e corsari
navigatori solitari
divoratori di giunche
che hanno solcato le rotte
e le arsure.
Amo
la visione
dei crocefissi
in fondo al mare
preghiere
novene
riflessi di storie
ferite
ultranere
di streghe
e incolpevoli
demoni.
Ambisco toccare
sacerdoti scolpiti
e conventi morenti
nella pietra gremita
dai raggi
di luna
sbiadita.
Amo
questa terra
e la sua gente
torturata
forgiata
dolente
tatuata.
I suoi vicoli astrusi
nell’orda
di spacciatori
taglienti
le ignote piazzette
violate da mostri
leggende
assassinii e scoppi
fiocchi d’ardesia
che sanno di fritto
e di leghe profane.
Amo
l’erezione di Dio
nella terra
l’illusione
del sacro
nella rossa caldaia
del tramonto sul mare
raso rosa
mariposa di luce
e coltello crudele.
Amo
i colori
di questa mia terra
di zinco
d’argento violetto
violento
imperfetto
nolente
ramo di rose spente
vagina arguta
di prostituta
e quaresima.
Terra azzurra
e suburra
di gatti ciechi
di magnaccia e ruffiani
cardinali del vizio
ufficiali a servizio
di viandanti
malsani.
Peccaminosa terra
che profuma di guerra.
Terra bianca di sale
d’un feroce carnevale
orinale
e liquido mestruale.
Sopracciglio bestiale.
Verde
verde terra mia
elegìa
ritrosìa
trangugiata nei porti
da poeti
possenti
e veggenti
da intestini furenti
costellata di crimini antichi
nei cimiteri fra gli orti
divorati da nubi più basse
carcasse di nembi
appesantite e grasse.
Ulivi
rovi
trivi
uncini
moncherini di cani
fra le casse di spezie
fra gli uccelli marini
spaventati simulacri
penitenti ai lavacri
di quest’onta
che monta
nel giorno,
la notte.

Sulla tomba di mia madre

Sulla tomba di mia madre
vanno a pregare i delfini.
salgono su dal mare alla collina,
lasciano tracce dei loro sconfini
negli orti che braccano i monti.

Sulla tomba di mia madre
son cresciute le piante grasse.
Una, in particolare, avvinghia i lumini
li abbraccia con incessante affetto
forse distruttivo, sicuramente vivo.

Sulla tomba di mia madre
ci puoi trovar piccoli doni:
un presepe, un fermacapelli, i baci della luna.
Si fanno compagnia
Si raccontano storie di fortuna e allegria.

Sulla tomba di mia madre
ci vado spesso anch’io.
Gioco a scacchi con la morte,
faccio il cavaliere delle sette porte.
Piango, vinco, rido…
chino il capo e mi confido.

venerdì 18 aprile 2008

Morte annunciata dell'uomo politico


Con gesto solenne
la mano ponderosa
dell’uomo politico
sposta le tende lise
dalla finestra opaca.
Il raggio di sole
lo ferisce tra gli occhi
e illumina
un cupo divagare.
Nella sua mente è il tuono.
La quiete annunciatrice
invece è nella stanza,
ospite discreto
ma degno d’attenzione.

Uomini in grigio
gli hanno parlato di numeri
e di un nome,
il nome di chi odia
e ha la forza per portare
allo stremo quell’odio.
Gli hanno svelato paure,
morti e condanne,
gli hanno versato, densa,
l’ambrosia avvelenata
degli dèi e del destino.

E la perdizione,
l’abisso,
lo ha fissato negli occhi,
dentro l’anima,
come una scheggia di vetro
che si specchia
nella cornea in attesa.

L’uomo politico sa,
è cosciente.
Le sue malefatte splendono
nell’olimpo dei doveri.
I santi
hanno le corna del diavolo.
I demoni
spiegano ali d’arcangelo.
Le sue buone azioni
giacciono
nella gabbia dei leoni.

Gelide correnti
da nere grotte marine
attraversano
gli occhi azzurri
dell’uomo politico,
scrutano la città
arrotolata nei suoi tormenti.
Qualcuno là fuori
lo odia.
Molti, tra la folla,
lo temono.

Una pallottola è pronta per lui.
La parola fine è scritta
sul libro infervorato della Storia.
E lui lo sa.

Ciononostante
muove il passo
alza lo sguardo
protende il corpo
scende le scale
saluta la scorta
siede nell’auto
si affaccia sul viale
osserva attonito la bellezza del mondo
vede il volto di un Dio misericordioso
spegne la luce del ricordo estenuante
tacita il buio dolore che lo prende allo stomaco.
E si chiude in sé stesso.

Improvvisi,
gli occhi del killer
incontrano i suoi.
Ipnotizzato li ama.
La canna del fucile brunita
sporca di luce il futuro
mentre il colpo
parte esuberante.
il piombo, nero,
si mette, rapido, in viaggio...
poi lui,
l’uomo politico odiato,
muore di schianto
colpito alla fronte
dalla sua stessa
vertigine.

martedì 15 aprile 2008

Genova si ama da sola

Sia chiaro a tutti:
Genova si ama da sola.
Non ha bisogno di levigate rime
o di elegie dorate.
Ha nei suoi vuoti
e nei suoi colmi atroci
la vena di ogni musica.
Malinconia bruciante
e tenere tempeste.
Se dal suo ventre antico
risali per l’inferno truce
dei ghetti e delle ardesie
fino al paradiso inerme
dell’incatenato mare
lo capirai:
Genova si sa amare da sola.
Non ha rispetto degli altri
o di sé stessa
eppure s’ama
di quell’amore acuto
che è farsa e malinteso.
Nelle sue genti fischiano
i venti delle burrasche oblique
dalla sua bocca colano
i canti forti ed aspri
della montagna nuda.
Genova non chiede nulla
perché non vuol ridare.
Resta nel golfo
abbandonata al mare
fredda come un cristallo
incastonato al monte.
E si lascia poi guardare
attonita lei pure
chiusa nel pugno
perduta e senza onore.