lunedì 14 aprile 2014

Insetto curioso





Come un insetto curioso
mi sono ridotto a capocchia di spillo
e sono entrato nella tua stanza.
Ho finto di essere un portagioie
e ho posato la mia indecenza sul tuo scrittoio.
Mi hai aperto,
hai frugato nelle vestigia del mio passato e,
scodinzolando,
hai richiuso il coperchio.
Come un aereo di carta
confezionato da mani inesperte
ho volato zigzagando nel cielo degli uomini.
Sono sceso in picchiata nella notte
a trafugare sogni
e nel silenzio ho brucato
erbe sapienziali da giardini incantati. 
Come un barchino giocattolo 
ho navigato le sporche acque del desiderio,
infestate da pesci passionali e cavallucci mastini.
In un gorgo di piume bagnate
ho perso ogni destrezza
e son tornato a galla,
morbida luna riflessa
nello specchio in frantumi.

Il mio deserto altezzoso




C'e' un silenzio torrido nel mio deserto.
Ci sono cattedrali di pietra
e pinnacoli di rabbioso candore.
Nella luce lacerata si aprono a ventaglio
scorpioni neri in lotta col vento.
Ogni granello di sabbia e' un proiettile avvelenato
che penetra il cielo violetto, violento, violato.
Ogni soffio bollente mi inaridisce la pelle
e ricama profonde spaccature sul viso.
Nell'afa cicatrizzano, ma restano tumulate fra le rughe
come antiche tombe dentro l'alveo di torrenti prosciugati.
Il miraggio di una divinita' lontana balena fugace dalle guglie ramate,
e poi scompare, diatomea, bisogno, ebreo errante chimera.
Pulsante, si apre fra le dune, talvolta,
una carovana di bianche figure
ùcui mi affianco per poche falcate,
ombra di sciacallo pensoso.
Poi mi allontano, deluso da una lingua sconosciuta, 
da volti nemici, infelici.
E torna il gran mare di sabbia, di sole, d'arsura, di rabbia.
Quando cade la notte sulle gobbe ondulate,
un leone si avventura alla caccia,
mentre antilopi grigie incidono la luna furtive
come spiriti buoni.
La magia delle stelle cadenti un po' mi ristora
 e accende il suo velo di speranza
lungo la frastagliata linea bruna dell'orizzonte montuoso.
La solitudine siede laggiu',
vicino ad un arbusto bruciato.
E' tranquilla, introversa, riversa.
Non c'e' nessuno nel mio deserto altezzoso,
solo il passo incoerente che trascino nel niente.

Il mare racconta



 
Stasera il mare racconta e le sue sono storie selvagge incastonate fra gli alti spruzzi che fumigano nel cielo al tramonto. Le onde veloci s'innalzano come dune d'acqua e divorano l'aria, trafitte dai raggi vermigli del sole. Sugli scogli le gialle risate di schiuma spalancano a ventaglio e deridono la presunta incolumità' della pietra, sferrano colpi mortali alle spiagge invadenti. Una luce dorata s'impone sui bassi fondali e lampeggiando colpisce le squame dei pesci volanti. Poseidone, splendente di bagliori, emerge dai flutti col suo tridente acuto, scuote la terra  inneggiando ai maremoti. Mezzo uomo e mezzo pesce, Tritone, suo figlio, come un delfino impazzito balza da una cresta all'altra, digrignando le pinne dal guizzo ferino. Si sveglia per il trambusto il farfugliante Leviatano "e fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso di unguenti." L'enorme bestia chiama a se' il Kraken e l'orrida Ozena, dalle cui spire fruscianti schizzano relitti di navi, occhi di pirati e scheletri di balena. Ma e' Proteo l'inafferabile, ora squalo, ora vacca, a conquistare la scena con metamorfosi argute, forme di cani o di uccelli all'apice dei marosi, statue fuggenti sul crepuscolo insanguinato. Ammirate sirene decorano l'occidente coi loro canti ingannevoli, svegliano le ombre e la burrasca ulula il suo disappunto nella furia del vento a Libeccio. Muore la stella nostra in un barbaglio letale, la notte ricopre ogni cosa tranne i bianchi occhi del mare.

Genova si ama da sola





Sia chiaro a tutti:
Genova si ama da sola.
Non ha bisogno di levigate rime
o di elegie dorate.
Ha nei suoi vuoti
e nei suoi colmi atroci
la vena di ogni musica.
Malinconia bruciante
e tenere tempeste.
Se dal suo ventre antico
risali per l’inferno truce
dei ghetti e delle ardesie
fino al paradiso inerme
dell’incatenato mare
lo capirai:
Genova si sa amare da sola.
Non ha rispetto degli altri
o di sé stessa
eppure s’ama
di quell’amore acuto
che è farsa e malinteso.
Nelle sue genti fischiano
i venti delle burrasche oblique
dalla sua bocca colano
i canti forti ed aspri
della montagna nuda.

Genova non chiede nulla
perché non vuol ridare.
Resta nel golfo
abbandonata al mare
fredda come un cristallo
incastonato al monte.
E si lascia poi guardare
attonita lei pure
chiusa nel pugno
perduta e senza onore.

Fui, oggi non sono




Fui,
ed oggi non sono.
Dall'alto d'una torre
conobbi il mio destino,
frana d'onore
e d'indole guerriera.
La spada trasse la vita,
e rovino' sulla gola protratta,
il corpo cadde,
glorioso,
nel vuoto acclamante.

Fui.
Ed oggi non sono.
Oggi che vivo
di basse inclinazioni
e torve ottusità,
mi lacero nel vento
d'una bandiera stolta,
spendo il mio tempo
su squallido cartame.

Ebbi lo stralcio dell'eroe sconfitto,
figlio di principi e soldati,
vinsi nel volo la mia battaglia irsuta.
La morte si abbarbico' alla pelle
come un vestito lieve,
di lino e bianca luce.

Fui, oggi non sono,
e in una lacrima d'acciaio
verso la rabbia,
il vino malinconico
della perduta aurora.